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Ad Olivetta San
Michele scorrono un fiume - il
Roia -
un torrente - il Bevera -
un torrentello - il rio
Tron
- e numerosi canali
ad uso irriguo,
anticamente utilizzati anche per la produzione di energia
elettrica o l'azionamento
di mulini e frantoi. Prima dello smembramento
del 1947 vi scorreva anche un altro torrentello: il rio Audin."
Il Roia
nasce in Francia dal Col de
Brouis (mt. 880) ed entra in Italia
proprio ad Olivetta San Michele. Anticamente chiamato "rutuba", da "ruendo"
(che indicava l'impeto della sua acqua), è detto Roia nei bandi campestri
del 1611 e nel dialetto. Molti lo ricordano: da Tito Livio a Plinto al
Foscolo, il quale, nelle
"Ultime lettere di Jacopo Ortis'",
ne propone una cupa descrizione.
II
Bevera,
nel quale confluiscono il Bassera ed il Merlanzone, chiamato ad Olivetta "Beura"
o "Beuta" o, più genericamente, "Ribera", nasce dall'Authion e confluisce
nel Roia dopo aver
attraversato una
zona incontaminata e di rara bellezza.
Il rio Tron,
da cui "valun du Tron" o
anche "valun", scende nel Roia dal monte omonimo. Si tratta
di un piccolo torrente, d'estate spesso
asciutto, compreso anch'esso tra le acque pubbliche. Il Roia (al pari del
Bevera e del Rio Tron) azionava mulini e frantoi, irrigava gli orti e,
alla foce, muoveva segherie e concerie. Era altresì utilizzato per
trasportare i tronchi d'albero
("Bilun") dai boschi di Tenda, Briga e Saorgio verso Ventimiglia.
Costruita l'attuale statale 20 si propose di
utilizzare l'acqua del Roia in altro modo: la "società
anonima di miniere di rame e elettrometallurgia" di Genova ottenne il
permesso di deviarne il corso presso
Fanghetto, mediante una diga stabile,
in previsione
della futura costruzione di uno
stabilimento industriale a "San Michele". Lo stabilimento avrebbe potuto
dar lavoro a circa 400 operai e fare probabilmente le fortune della valle,
ma la società fallì. Di notevole importanza furono le due successive
derivazioni, del 1905 e del 1910, autorizzate a favore della
CIELI (compagnia imprese elettriche
liguri, ex "società elettrica riviera di ponente ing. Rinaldo Negri"). La
prima convoglia da "Ravai" (ora in Francia) alla centrale di "Giauma",
mentre la seconda porta
l'acqua verso la centrale di Varase.
Non mancarono neppure
tentativi di utilizzo dell'acqua del Bevera. Nel 1917 Guido Gavazzeni
intendeva costruire un grande bacino, sbarrando il torrente presso il
"ponte della Strecia".
L'acqua, incanalata, sarebbe
confluita alla centrale di "Giauma". Il progetto, fortemente osteggiato
dalla popolazione, venne meno. Fu successivamente riproposto, con un
bacino di ampiezza maggiore (che avrebbe addirittura privato divetta di
"Bossarè").
Naturalmente anche questo progetto fu
bocciato.
L'acqua
del Bevera è utilizzata largamente per irrigare tramite le cosiddette "biaere".
Nel 1925 Carlo Agostino Limon
costruì a sue spese l'acquedotto dal "valun dei tuvi", dipoi
migliorato e completato dalla comunità
dopo la seconda guerra mondiale. In passato la pesca nel Roia era
riservata "hominibus castri
Penne" e quindi vietata ai forestieri,
eccettuato il castellano. Il passaggio
al regno sardo sancì la fine di questo privilegio. Un
suo
parziale recupero venne con la costituzione delle "riserve consortili",
sia nel Roia che nel Bevera: i non consorziati, muniti di licenza statale,
potevano pescare solo previo pagamento di un contributo al consorzio.
Attualmente le licenze vengono rilasciate dall'associazione pescatori
della Val Roia. In estate residenti e turisti si rinfrescano nelle
spiaggette del Bevera,
specialmente in quella nei
pressi del "Ponte della Strecia"; i più esperti percorrono il
sentiero che, costeggiando l'alveo del Bevera, collega la borgata di
"Bossarè"
a Torri (frazione di Ventimigha).
Numerosi ponti attraversano i corsi
d'acqua; meritano di essere segnalati il ponte romano (a "Fanghetto"),
il "puntet"
(a "Torre", sul sentiero per il "cianeto") ed il ponte del
cianasso
tutti percorribili
solo a piedi. |